di Franco Zucconi Boeri
Un prezioso frammento di memoria tiberina, conservato dal giornalista, canoista, Socio della Tirrenia Todaro, e scoperto grazie ad una gara di nuoto a fiume disputata all’inizio degli anni ‘50!
Questa, credo, sia una memoria di Roma tanto piccola, quanto sconosciuta. Io l’ho incontrata per caso, e scusate se mi dilungo, ma penso valga la pena raccontare com’è, perché è una piccola storia di una vita sul Tevere che non c’è più.
Correva l’anno 1952 e militavo come nuotatore nella categoria ragazzi della Società Romana di Nuoto, gloriosa associazione ancora presente con un suo galleggiante nei pressi di Ponte Cavour. Il Tevere, fino alla fine degli anni’50, è stato sede di grandi gare di nuoto, nazionali ed internazionali, con la partecipazione dei più importanti nuotatori dell’epoca, seguiti da un folto pubblico che dalle spallette del Lungotevere seguiva e incoraggiava i concorrenti. Del resto, il bagno “a fiume” era una cosa del tutto normale, e farne motivo di competizione era una conseguenza ovvia.
Dunque, nel 1952, una domenica d’ottobre fu indetta una gara cosiddetta di “mezzo-fondo”, riservata alla categoria “ragazzi”, con partenza da Ponte Mazzini e arrivo a Ponte Sisto, una delle ultime gare della stagione. Ricordo una giornata splendida con lo spettacolo di Roma, dal fiume ancora più bella, illuminata dal sole di mezzogiorno, lucente, ma ormai non tanto caldo.
Lo scalpitante gruppo di ragazzini, di cui facevo parte, sorvegliato attentamente trattandosi di minorenni, fu finalmente ordinato e, fatto l’appello dei partecipanti, affidato alle cure di alcuni massaggiatori i quali, considerata la temperatura ottobrina, sottoposero ciascuno di noi ad un massaggio con spalmatura di olio canforato, allora in grande voga in campo sportivo. In soggezione per la nostra giovane età, e allo stesso tempo lusingati da questo trattamento da nuotatori professionisti, ci sottoponemmo disciplinati alle loro cure, un po’ intimoriti dall’austero silenzio in cui si svolgevano le operazioni.
Pronti, via! Tutti in acqua, seguiti dalle battane dei giudici e della sicurezza (i motoscafi erano una chimera!) grande battaglia di sano agonismo giovanile, molti schizzi, qualche appozzata (dicesi appozzata l’atto con il quale il tuo vicino, tra una bracciata e l’altra, si appoggia a te, e “te mette sotto”), qualche strillo, ma tutto in perfetta sintonia con l’atmosfera scanzonata e un po’ guascona dei fiumaroli di allora.
Coppa al vincitore, medaglietta per tutti, piccola cerimonia di premiazione con consumazione di cioccolato in tazza e bombolone, al bar Garibaldi, all’epoca sull’angolo tra Lungotevere De Cenci e Via Arenula. Allora, ci si accontentava di poco. E nel corso della premiazione si svelò l’arcano, che è poi il motivo di questa memoria.
Il silenzio che aveva accompagnato i preparativi della partenza non era dovuto a sussiego o supponenza degli accompagnatori. La gara era stata organizzata dall’ “Unione Sportiva Silenziosa”, una gloriosa associazione di sportivi sordo-muti – allora erano numerose – che aveva la propria sede proprio su uno dei punti più storici del Tevere, alla fine di Ripa Grande, in un locale ricavato da un magazzino fronte strada che si apriva nel grande fabbricato di S. Michele. I soci benemeriti che ci avevano aiutato, e che nel corso della piccola cerimonia si erano poi dimostrati nei nostri confronti padri cordiali e affettuosi, non potevano che essere silenziosi. Ed eccoci alla memoria. La società non c’è più, almeno a quanto mi risulta, ma sulla parte finale del grande edificio di S. Michele, poco prima della Piazza A. Gabelli, ne è rimasta la targa in marmo, murata nella facciata, quella che vedete riprodotta nella foto. Piccola e difficilmente visibile racconta una storia secolare di passione sportiva ed impegno civile. Abbandonata a sé stessa, come tante altre testimonianze minori della nostra città, deturpata con graffiti, opera dei soliti buontemponi. Prima o dopo, qualcuno più intraprendente provvederà a smurarla per esporla come trofeo nel suo giardino, tra i sette nani e Biancaneve. Cosa possiamo fare? Oltre che sospirare e sperare in qualche miracoloso intervento, chiuderci in un indispettito silenzio, in segno di affettuosa obbedienza al sibilante invito che ci viene foneticamente suggerito dalla lettura dell’acronimo della stessa associazione: USSSSSSSSSSS……….
