di Luca Zevi
L’architetto e urbanista, tra i creatori di Tevere Eterno, racconta come è nata l’idea di far rivivere un tratto di fiume abbandonato, seppure centralissimo
Il lavoro che da anni l’Associazione Tevereterno onlus sta portando avanti sulle sponde del Tevere a Roma sembra inverare la fondamentale definizione dell’attività di restauro in primo luogo come “momento metodologico del riconoscimento” (Brandi, 1963) di una realtà fisica – opera d’arte, di architettura o di paesaggio – come portatrice di valori da trasmettere doverosamente alle generazioni future.
L’operazione proposta da Tevereterno – il “riconoscimento” di un tratto fluviale in abbandono, nel bel mezzo del Centro Storico di Roma, come “Piazza Tevere” – a ben vedere va nella stessa direzione in quanto mirata non solo alla salvaguardia, ma anche e soprattutto alla valorizzazione di quel sito quale fulcro di eventi figurativi temporanei capaci di rivelarne, di volta in volta, natura e potenzialità.
Un’operazione di “ricentralizzazione” della presenza del Tevere nella città di Roma dalla quale – come ricordato sopra – il fiume, all’indomani dell’unificazione nazionale, è stato brutalmente separato con la realizzazione dei muraglioni di contenimento.
Dunque un programma culturale di grande qualità, quello proposto da Tevereterno, atto a indurre forme innovative di trasformazione della città, per una nuova forma di spazi pubblici in cui cittadini e turisti di ogni parte del mondo possano riconoscersi.
La programmazione vede nel tempo una serie di eventi in Piazza Tevere (il tratto fluviale rettilineo tra Ponte Mazzini e Ponte Sisto), che si configura come lavoro sapiente di tessitura di rapporti tra istituzioni e comunità locali, tra associazioni territoriali, da un lato, e enti preposti alla gestione del sistema Tevere, dall’altro, finalizzato alla progettazione di questa piazza fluviale dedicata all’arte contemporanea.
L’associazione Tevereterno, creata nel 2004 dall’artista newyorkese Kristin Jones insieme a un gruppo di architetti, ha organizzato negli anni una serie di performance artistiche di alto livello, che “trasformano lo spazio di Piazza Tevere in un vero e proprio museo a cielo aperto, luogo di formazione, inclusione sociale, valorizzazione culturale delle identità paesaggistiche e storico- architettoniche, promozione di filiere produttive” (Alessandra Battisti, intervento a un convegno sullo spazio pubblico alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza”, Roma 3 luglio 20199.
Il grande fregio “Triumphs and Laments” di William Kentridge, inaugurato il 21 aprile 2016, ha rappresentato l’epifania della grande intuizione di Tevereterno con il riproporre, in chiave modernissima, la ‘scala gigante’ degli interventi artistici dell’antica Roma, dando vita a un racconto di quasi 3000 anni di storia della città, nei suoi Trionfi e nei suoi Lamenti, nelle sue vittorie e nelle sue sofferenze (AAVV, 2016). La tecnica di rappresentazione esclusivamente “per via di levando” – attraverso la pulitura selettiva della patina biologica che si deposita incessantemente sul muraglione, senza alcuna aggiunta di materiale – ha avviato programmaticamente, fin dal primo giorno, un processo di dissoluzione dell’opera che, nel giro di 5-6 anni dalla nascita, si è definitivamente concluso (Salvatore Settis et al, 2017).
