MAI I GALLEGGIANTI POSSONO AVERE UN’ANIMA (E UN CUORE)?

di Gerardo Pelosi

Dopo il (parziale) affondamento del San Giorgio, un canottiere ex Tevere Remo ricorda il fallito tentativo di separarlo dal galleggiante gemello ancorato a Ripetta 

Il galleggiante San Giorgio, semiaffondato nel mese di marzo 26, e, a destra, il suo gemello “Tevere“

 

 

Ci sono storie che bisognerebbe semplicemente viverle. E basta. Perché, a raccontarle, dopo un tempo più o meno lungo, si perde fatalmente molto della loro verità. Tanto più se si tratta di storie di fiumi e di un fiume come il Tevere, protagonista di un mondo misterioso, poco abitato, sotterraneo rispetto a quel “mondo di sopra” fatto di ingorghi stradali e totale incapacità di respirare la natura, non parliamo poi di riuscire a godere della bellezza dell’acqua che scorre lavando via pensieri e ferite.

Il parziale affondamento del galleggiante Tevere Remo come esito infausto di una piena primaverile del marzo 2026 suggerisce inevitabilmente una riflessione sulla potenza dell’acqua, sulla sua forza di trasformare la presenza umana fino a prendersi gioco dell’arroganza dei più capaci ingegneri idraulici e di ogni pur apprezzabile impegno volto a imbrigliarla, renderla inoffensiva, se non proprio amica.

Il mezzo affondamento del Tevere Remo, anzi, più precisamente del San Giorgio, ha quasi il sapore di una beffa perché il totale affondamento sarebbe stato atto definitivo, finale. La totale scomparsa nei flutti dei due piani della  costruzione in legno bianco e turchino risalente al 1928, prezioso custode di tante storie sportive e umane non sempre nobilissime, avrebbe nascosto per sempre alla vista di tutti i fiumaroli e canottieri così come degli abitanti del mondo di sopra quell’ ”inchino” (quasi si trattasse di una Concordia d’acqua dolce) all’altro galleggiante gemello, quello sì vero galleggiante del Tevere Remo, meno colorato, più spartano ed antico, ora rimasto unico vero presidio del più antico circolo di Roma nel tratto cittadino del fiume.

Il San Giorgio nacque come circolo a sé. Nel 1969, l’allora presidente del Tevere Remo, Sergio Lais, raggiunse un accordo con la Canottieri San Giorgio, all’epoca presieduta dall’ex sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini per una fusione “per incorporazione”. Il San Giorgio confluì così nel Tevere Remo e venne posizionato sotto ponte Regina Margherita a fianco del vecchio galleggiante.  Il San Giorgio consegnò la propria bandiera azzurra con tanto di Santo e drago (incomprensibilmente ora custodita nella sede Isa all’Acqua Acetosa), i trofei, il parco barche e soprattutto il celebre galleggiante a due piani.  Il San Giorgio diventò nel tempo con le sue strutture (spogliatoi, ricovero barche e perfino una cucina al piano superiore) la quarta sede del Tevere Remo dopo la casina di Ripetta, gli impianti Isa e la sede velica ad Anzio. Alcuni soci a quei “regii legni” erano così fortemente legati che consideravano quello il loro vero circolo frequentando solo per casi eccezionali la casina di Ripetta e le strutture dell’Isa a monte di Ponte Milvio.

Chissà cosa avrebbe pensato in queste ore un allenatore storico come Orlando Parmeggiani che aveva eletto il San Giorgio a sua seconda casa nei suoi ultimi venti anni di vita fino al 2016.  E soprattutto cosa avrebbe detto un socio storico come Nicola Ansuini, scomparso quasi centenario qualche anno fa, nato nel vecchio galleggiante dove aveva imparato dal padre a nuotare nel Tevere e a remare negli anni ‘30. Nicola era lì quando nel giugno del 1930 Mussolini aveva inaugurato la nuova casina di Ripetta dell’architetto Rossi o quando l’aviatore De Pinedo con una manovra impossibile era sceso con il suo idrovolante sulle acque del Tevere. Ansuini aveva storto la bocca nel ‘69 per quella fusione con il San Giorgio che annacquava lo spirito originario della sua vera “casa”.

Posso dire invece di essere stato testimone diretto del sorriso compiaciuto con cui Nicola e Orlando accolsero dal pontile del San Giorgio il misero fallimento del trasferimento del vecchio galleggiante Tevere remo a monte di Ponte Milvio per ormeggiarlo all’Isa dove l’aumento dell’attività remiera richiedeva una nuova struttura.  Eravamo alla fine degli anni ‘90, forse proprio il ‘99 in inverno e durante una piena non eccezionale che poteva però consentire il passaggio del galleggiante trainato da una chiatta sotto Ponte Milvio. Giulio e Augusto, due apprezzati tecnici dei lavori su fiume, avevano disormeggiato il galleggiante storico del Tevere Remo e lo avevano trainato con un mezzo da sbarco residuato bellico di Anzio restaurato dopo la guerra fino sotto all’arcata di destra di Ponte Milvio.

Seguivamo l’operazione da vicino a bordo di un doppio skiff Giordano Bruno Fiori e il sottoscritto. Giulio e Augusto erano riusciti a scavallare il “gradino” di Ponte Milvio con la loro chiatta ma neppure mettendo al massimo i motori riuscivano a far superare il gradino all’intero galleggiante. Uno, due, tre tentativi: tutti andati a vuoto.  Alla fine Giulio e Augusto gettarono la spugna. Giordano ed io rientrammo per primi. Demmo la notizia a Nicola. Lui abbassò lo sguardo, sorrise, guardò il fiume alto e fangoso. Ci sembrò quasi che lo stesse ringraziando per avere impedito la fuga a monte della “sua casa”. Aspettammo tutti che il galleggiante ritornasse al suo posto per essere di nuovo ancorato al gemello San Giorgio. Per qualche socio fu un fallimento che portò a nuove spese (il nuovo galleggiante Isa costò circa 700 milioni delle vecchie lire) ma per i soci storici fu la vendetta di un fiume che non si voleva far portare via un vecchio amico.

Ora – come ieri – con il mezzo affondamento il fiume ha “riconosciuto” e rispettato l’anima del vecchio galleggiante Tevere Remo, ne ha salvato il cuore. E ha costretto il San Giorgio a riprendere il suo posto di fratello minore, costretto dall’acqua a un doveroso “inchino”.