A SPASSO CON PAPÀ

di Guido Gori

Un’iniziazione tiberina (e una curiosa invenzione)

Guido Gori con suo figlio sul Tevere

 

“Ciao, vado a remare!” dissi a mia moglie dopo essermi alzato presto un sabato mattina  di aprile del 1992. “Ma come a remare?” mi rispose.” Oggi come d’accordo  il bambino lo tieni tu. Non ricordi che sono impegnata con mia madre per uscire insieme?”

Era vero! L’avevo dimenticato. Era così stretto il rapporto che univa il sabato mattina alla consueta uscita in barca tanto da farmi scordare una cosa così importante. L’immagine nella mia mente dell’acqua che riflette la luce del sole e ti scalda il viso mentre remi di prima mattina stava perdendo forma e colore per lasciar posto a quella non meno bella di trascorrere una piacevole mattinata in un parco con il nostro frugoletto di 4 anni . Il Tevere però , da me conosciuto e amato sino dai  quattordici anni, mi mancava!

Dovevo fare qualcosa. “Si va bene! Matteo sta con me ! Sei d’accordo se lo porto al fiume per vedere i canottieri vogare?” Questo è quello che le proposi in quel momento. “Andate pure”, mi rispose, “sarà bello per lui, del resto ha già conosciuto la canoa con te sia al mare che sul fiume.”

E qui scatta l’idea! Portarlo in barca come passeggero. Scendo in garage per togliere dalla bicicletta il suo seggiolino, prendere il giubbotto di salvataggio e poi raggiungere insieme quel tratto del Tevere particolarmente bello a nord di Roma dove il fiume non incontra ancora la città.

Il capitano Augusto Matuella , presidente dell’allora Circolo Canottieri Tiber, oggi Canottieri Salvo D’Acquisto diretto da Giorgio Agamben, accoglie festosamente la piccola leva che ancora  non sapeva quello che lo aspettava e con l’aiuto di Augusto è bastato applicare il seggiolino sulla coperta di poppa della barca, fissarlo ai cianconi ed alla barretta delle scalmiere ed il gioco è fatto.

Salpammo sorridenti entrambi con la giusta raccomandazione al pargoletto di non agitarsi, altrimenti mi sarebbe toccato fare una bella nuotata con Matteo sulle spalle, fino a riva.   

L’emozione del bambino fu grande tanto da chiedermi ripetutamente di remare più forte come facevo in gara  e  infine lo accontentai per farlo felice. Feci lo scatto per due volte perché dopo la prima accelerazione sempre controllata me ne chiese un’altra ridendo e al contempo  gridando “Ancora! Ancora!”

Dopo un breve percorso rientrammo felici da quella leggermente rischiosa  ma indimenticabile gita in barca.