REMI E MOTORI, STORIA DI UN’AVVERSIONE CHE È DIVENTATA (QUASI) SIMPATIA

di Stefano Brusadelli

La convivenza tra canottieri e batteli a motere sulle acque del Tevere raccontata da un vogatore.

Fu nella primavera del 2003 che apparvero per la prima volta sul tratto urbano del Tevere i battelli turistici a motore. Per noi canottieri, fu un piccolo trauma. Nel nostro liquido cortile di casa, ossia il  tratto di fiume delimitato da Ponte Milvio e Ponte Sant’Angelo, ci trovammo da un giorno all’altro a fare i conti con questi mostri che avanzavano sull’acqua incuranti dei sensi di marcia stabiliti tra i vogatori, e azionando sirene assordanti per reclamare la precedenza. Senza contare le onde sollevate dai loro grossi scafi.

All’inizio, confesso che li detestai. Dopo che per tanti anni si era lamentata la crescente separazione tra il fiume e la città, ecco che una sorta di autobus galleggianti carichi di turisti che succhiavano bibite e scattavano foto venivano a violare il nostro silenzioso e appartato reame. Senza nemmeno pagare il balzello consistente nella fatica del remo.

Poi le cose sono cambiate.

Mentre nel primo anno di esercizio le compagnie armatoriali sbandieravano dai trionfali (duemila passeggeri al giorno), nel tempo le presenze si sono diradate. Forse anche per la monotonia della vista che accompagna gran parte del tragitto: banchine, muraglioni, folte chiome di platani, facciate di palazzi umbertini. E’ vero, ci sono  anche le meraviglie di Castel Sant’Angelo, di Ponte San’Angelo e del Gianicolo: ma si possono tranquillamente godere dai Ponti e dai Lungoteveri. A differenza di Parigi, di Londra e di Praga, la nostra Roma  ha preferito edificare le sue meraviglie a debita distanza dal fiume, e per comprensibili motivi.

I battelli si sono in gran parte riconvertiti a ospitare serate danzanti, gite scolastiche, aperitivi, feste private. Viaggiano di preferenza la sera o la notte, quando i canottieri e i canoisti non ci sono. Di giorno talvolta passano ancora, con le loro impazienti sirene, ma spesso appaiono semi vuoti.

Anche i vogatori, nel frattempo, hanno attenuato la loro  avversione. Si è creata, addirittura, una certa simpatia. Quando avviene l’incrocio, i canottieri salutano, sempre ricambiati.

Ma questa pax  tiberina non credo sia solo figlia della constatazione che la minaccia di invasione motoristica del fiume sia stata per il momento sventata. Credo che nell’anima di tutti i veri fiumaroli si sia alla fine fatta strada la  consapevolezza che se si ama il fiume, i suoi ponti, quei mondi a parte che sono i suoi galleggianti, le sue sponde ancora in certi tratti miracolosamente campestri, non si può non desiderare che anche altri possano godere di tanta bellezza.

E allora ben vengano anche quei (pochi) battelli.