di Silvano Curcio
Un socio del sodalizio giallorosso, architetto e vogatore, racconta il rito invidiato da tutti i fiumaroli tiberini. E celebra il suo artefice, Rosario, carpentiere e cuoco
Tredicietrenta di un qualsiasi mercoledì. I canottieri scendono sul galleggiante della Roma.
Principianti, slow rowers, improbabili agonisti. Saluti. Convenevoli. Propositi di sfide.
Si formano gli equipaggi. Si assegnano i posti. Rosario ha già riposto gli attrezzi della manutenzione giornaliera. Ora ne impugna altri.
Si calano in acqua le barche. Si montano i remi. Canottieri in posizione.
Il fiume li culla. E se li porta con sé. Un ponte dopo l’altro.
Fino alla placida frontiera di Castel Sant’Angelo. O ai tumultuosi vortici di Ponte Milvio.
Lui intanto si è spostato in cucina. Armeggia silenzioso. Concentrato. Scrupoloso.
Quattordicietrenta. Il fiume riporta le barche.
Smontano i vogatori. Vocianti. Concitati. Affamati.
I “grazie“ all’unisono ai timonieri e ai capivoga.
Il convulso via vai delle barche issate sulle spalle come simulacri in processione.
Dei remi deposti come vessilli nei loro alloggiamenti. Un caos improvviso. Frenetico. Rumoroso.
Si cambia scenario. In un attimo si allestiscono i tavoli e i sedili.
Rosario riappare sul galleggiante. E si compie il rito settimanale di cui lui è il celebrante.
La manutenzione della comunità dei fiumaroli giallorossi si prende posto in fila.
Oggi carbonara. Mercoledì prossimo amatriciana.
Ancora dopo arrabbiata. E a sorpresa intermezzi di polenta. Fantasie di spuntature. Trionfi di coda.
Seduti a tavola, i canottieri condividono il piacere di mangiare. Di conversare. Di socializzare. Di festeggiare.
Uno a fianco all’altro. Tutti insieme. Il fiume scorre e li osserva compiaciuto.
Rosario è già tornato alle sue mansioni quotidiane. Si smontano le mense. Si rinnovano i complimenti.
Un ultimo saluto. Risalgono appagati i canottieri.
E torna la quiete nel suo regno. “Da Rosario al galleggiante”: il piccolo grande convivio dei canottieri.
